Commento ai salmi dei gradini 129 e 130

Commento al salmo 129

PROSEGUE LA PUBBLICAZIONE DEI COMMENTI AI QUINDICI SALMI DEI GRADINI

Di Bruno Di Porto
שִׁ֗יר הַֽמַּ֫עֲל֥וֹת רַ֭בַּת צְרָר֣וּנִי מִנְּעוּרַ֑י יֹאמַר־נָ֝֗א יִשְׂרָאֵֽל׃
רַ֭בַּת צְרָר֣וּנִי מִנְּעוּרָ֑י גַּ֝֗ם לֹא־יָ֥כְלוּ לִֽי׃
עַל־גַּ֭בִּי חָרְשׁ֣וּ חֹרְשִׁ֑ים הֶ֝אֱרִ֗יכוּ לְמַעֲנִיתָֽם
יְהֹוָ֥ה צַדִּ֑יק קִ֝צֵּ֗ץ עֲב֣וֹת רְשָׁעִֽים׃
יֵ֭בֹשׁוּ וְיִסֹּ֣גוּ אָח֑וֹר כֹּ֝֗ל שֹׂנְאֵ֥י צִיּֽוֹן׃
יִ֭הְיוּ כַּחֲצִ֣יר גַּגּ֑וֹת שֶׁקַּדְמַ֖ת שָׁלַ֣ף יָבֵֽשׁ׃
שֶׁלֹּ֤א מִלֵּ֖א כַפּ֥וֹ קוֹצֵ֗ר וְחִצְנ֥וֹ מְעַמֵּֽר׃
הָעֹבְרִ֗ים בִּרְכַּֽת־יְהֹוָ֥ה אֲלֵיכֶ֑ם
בֵּרַ֥כְנוּ אֶ֝תְכֶ֗ם בְּשֵׁ֣ם יְהֹוָֽה׃

 

Traslitterazione e Traduzione

Shir hammaalot  rabbat  zeraruni minneurai yomar na Israel

Molte volte sono stato in angustia dalla mia fanciullezza o giovinezza (dalle mie origini), dice Israele

Rabbat minneurai gam lo yaklù li

Molte volte dalla mia giovinezza, eppure non ce la hanno fatta

Al gabbì charshù choreshim heeriku lemaanitam

Sul mio dorso hanno tracciato solchi, hanno lasciato le loro tracce  (segni, lividi)

Adonai zaddiq qizzez avot reshaim

Il Signore è giusto, ha reciso  le corde dei malvagi

Yevoshù ve issogù achor kol sonè Zion

Sono (oppure siano) svergognati e si ritirano (ritirino) i nemici di Sion

Ihiyù kachazir gaggot sheqqadmat shalaf yavesh

Siano come l’erba dei tetti (che spunta sui tetti) che prima di spuntare già è secca

She lo  millè kapò qozer  ve chiznò  meammer

Di cui non riempie la sua mano chi miete né il suo grembo chi raccoglie i covoni

Ve lo amrù ha overim birkat Adonai alekem

E non diranno i passanti una benedizione sia il Signore con voi

(Per bella e fraterna consuetudine chi passava davanti a un mietitore, un lavoratore nei campi, soleva rivolgergli una benedizione)

Beraknu etkem be shem Adonai

Vi benediciamo in nome del Signore

*

Il popolo ebraico è stato molte volte insidiato, minacciato, deportato, cacciato, dalla schiavitù in Egitto, quindi all’’Esodo, periodo cui si è riferita la giovinezza, alle contese e guerre con popoli vicini e con invasori venuti da lontano durante i regni di Giuda e di Israele, fino alla duplice distruzione di Gerusalemme e alle tante vicende della dispersione e dell’esilio, lungo venti secoli. Tali e tante sofferenze possono trovare allusione e significato in questo salmo, senza dovere giungere alla suprema prova del genocidio nazista, che passa ogni segno e che era difficile concepire. È stato il popolo più minacciato, vituperato, assalito, ma non il solo. Molti popoli recano nella loro storia, nella memoria, nella letteratura, ricordi e tracce di sofferenze patite. Si pensi, per esempio, agli armeni, vittime del genocidio ottomano; ai tanti africani catturati e portati schiavi, intere famiglie, oltre oceano, lungo generazioni; all’attuale martirio dell’Ucraina in fiera e drammatica resistenza. Anche popoli non così gravemente percossi, come l’italiano, recano nella storia, nella memoria, nella letteratura, moniti e tracce della loro vulnerabilità, delle dominazioni straniere, di rovinose contese interne, che pure non sono mancate nella storia ebraica. Un esempio celebre è offerto dal dispiacere, che si fa angosciosa invettiva, di Dante Alighieri per l’Italia del suo tempo, nel sesto canto del Purgatorio; quando vede, in buon esempio, abbracciarsi Virgilio e Sordello che si riconoscono, in distanza di secoli, concittadini di Mantova: «Ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province (come era stata nel passato) ma bordello. Ora in te non stanno senza guerra li vivi tuoi e l’un l’altro si rode di quei che un muro e una fossa serra». Dante si riferisce, in questo passo, a contese interne, che contribuirono a determinare invasioni e annessioni straniere, sicché i più consapevoli italiani avvertirono il bisogno di risorgere, fino a metterlo appunto in atto lungo il Risorgimento, cui gli ebrei italiani hanno dato il loro apporto.

Nel 1882, quando già il paese era unito con Roma capitale, il poeta Giosuè Carducci ne avvertiva, crucciandosi e reagendo, la debolezza e l’esposizione a pericoli dall’esterno: «L’Italia intanto è debole dentro, debolissima alle frontiere. Al Nord-Est l’Impero austro-ungarico dalle Alpi centrali e orientali la stringe alla gola. Nelle coste è in balia di tutti. Dentro ella marcisce nel bizantinismo. Ora non bisogna marcire di più. Ora bisogna: riforme sociali, per la giustizia; riforme economiche per la forza; armi, armi, armi per la sicurezza. E armi non per difendere, ma per offendere. L’Italia non si difende che offendendo, altrimenti sarà invasa».

Nel nostro salmo 129 non compare la frequente attribuzione dei mali inferti dai nemici di Israele a divine punizioni per i peccati dei figli di Israele. Si rende atto, piuttosto, al Signore del sostanziale fallimento toccato ai nemici di Sion, che si misura nella conservazione, nelle riprese e nella sopravvivenza di Israele, fino ai nostri giorni. Ecco la metafora dell’erba sui tetti, grama, stentata, come a dire Cosa ci avete guadagnato con l’attaccarci e angustiarci? – In più, possiamo dire che l’Eterno affida la continuità e il futuro di Israele ad ogni famiglia, ad ogni singolo ebreo, che sappia valutare quanto la tenace conservazione sia costata, quali valori la civiltà ebraica rechi nel mondo, e sappia intendere nel nostro tempo il prodigio della rinascita nella sede di Sion. I proseliti entrati per scelta nella comunità di Israele, fin dal lontano passato al rinnovarsi dell’attrazione nella modernità, sono parte sensibile di questa considerazione, che vuole estendersi agli amici di Israele da ogni sponda, così come Israele sa aprirsi ai migliori impegni per il progresso nel mondo.

Su suggerimento del rabbino Dante Lattes (1876 – 1965), troviamo l’immagine della scarsa erba che alligna sui tetti nel libro del profeta Isaia, che vi giunge, per delusione dei malvagi, partendo dalla intimazione di resa, fatta al regno di Giuda, quando era re Ezechia, dall’inviato assiro Ravshaqè, per conto del sovrano Sennacheriv. L’inviato assiro impone, spavaldo, la resa, parlando in ebraico davanti al popolo, per piegarlo e indurlo a cedere. Gli dice che è inutile resistere o pregare Dio, perché già tante popolazioni ci hanno provato inutilmente e nessuna divinità le aiutate, davanti alla potenza dell’esercito assiro; quindi, conviene anche agli ebrei obbedire e pagare i tributi all’Assiria. Si era nel 701 avanti Cristo. Il re di Giuda, Ezechia, è preoccupatissimo, affranto, ma il profeta Isaia lo tranquillizza, rivelandogli che prodigiosamente si è abbattuta una sciagura nel regno assiro sicché deve pensare ad altro e non marciare con l’esercito su Gerusalemme. Isaia trasmette il severo discorso del Signore Iddio per punire il re assiro, che si crede onnipotente: i prepotenti assiri saranno puniti e svergognati, come l’erba dei tetti, pianta già arida prima ancora del germoglio (capitolo 37, versetto 27 del libro di Isaia):

חֲִצִיר  ַגַּגּבֿת  וֹּשְדֵָמָה  לִפְֵנֵי  ָקָמה

Chazir gaggot ushedemà lifné qama

Shedemà alla lettera è un campo di grano, ma il punto chiave per la comprensione del passo è chazir gaggot erba di tetti arida e scarsa.

Dante Lattes ha amato così tanto questo salmo come carme secolare di Israele, che dovrebbe essere adottato come inno della nazione risorta. – Amando egualmente il salmo, trovo che il degno inno è la Ha – Tikvà.

Quanto agli assiri, grazie a Dio non piegarono il regno di Giuda, comunque distrutto poi dai babilonesi dopo poco più di un secolo. Ma va ricordato, per realismo nella storia, che già vent’anni prima, con il re Sargon, gli assiri avevano messo fine al regno di Israele, settentrionale, e a distruggere il regno di Giuda appunto ci hanno pensato i babilonesi nel 586 a. C. Ma la costanza e la fede ci mantengono fino ad oggi, in Gerusalemme risorta ed ovunque nel mondo vi siano comunità ebraiche.

Commento al salmo 130

שִׁ֥יר הַֽמַּעֲל֑וֹת מִמַּעֲמַקִּ֖ים קְרָאתִ֣יךָ יְהֹוָֽה׃ 
אֲדֹנָי֮ שִׁמְעָ֢ה בְק֫וֹלִ֥י תִּהְיֶ֣ינָה אׇ֭זְנֶיךָ קַשֻּׁב֑וֹת לְ֝ק֗וֹל תַּחֲנוּנָֽי׃
אִם־עֲוֺנ֥וֹת תִּשְׁמׇר־יָ֑הּ אֲ֝דֹנָ֗י מִ֣י יַעֲמֹֽד׃
כִּֽי־עִמְּךָ֥ הַסְּלִיחָ֑ה לְ֝מַ֗עַן תִּוָּרֵֽא׃
קִוִּ֣יתִי יְ֭הֹוָה קִוְּתָ֣ה נַפְשִׁ֑י וְֽלִדְבָר֥וֹ הוֹחָֽלְתִּי׃ 
נַפְשִׁ֥י לַאדֹנָ֑י מִשֹּׁמְרִ֥ים לַ֝בֹּ֗קֶר שֹׁמְרִ֥ים לַבֹּֽקֶר׃ 
יַחֵ֥ל יִשְׂרָאֵ֗ל אֶל־יְ֫הֹוָ֥ה כִּֽי־עִם־יְהֹוָ֥ה הַחֶ֑סֶד וְהַרְבֵּ֖ה עִמּ֣וֹ פְדֽוּת׃ 
וְ֭הוּא יִפְדֶּ֣ה אֶת־יִשְׂרָאֵ֑ל מִ֝כֹּ֗ל עֲוֺנֹתָֽיו׃ 
Traslitterazione e traduzione

SHIR HAMMALOT MIMMAAMAQIM QERATIKHA ADONAI

CANTO DEI GRADINI – DALLE PROFONDITÀ TI INVOCO, O SIGNORE

ADONAI SHIMÀ BE QOLÍ, TIYENA OZNEKHA QASHUVOT LEQOL TACHANUNAI

O SIGNORE ASCOLTA LA MIA VOCE, SIANO LE TUE ORECCHIE TESE ALLA VOCE DELLE MIE SUPPLICHE

IM AVONOT TISHMOR, YAH, ADONAI MI YAAMOD

SE TU TIENI CONTO DEI PECCATI, O DIO, SIGNORE, CHI RESISTERÀ?

KI IMKHÀ HA-SLICHÀ LEMAAN TIVVARÈ

POICHÉ CON TE È IL PERDONO, TI SI ADDICE, ONDE ESSER MEGLIO TEMUTO

QIVVITI ADONAI, QIVVITA NAFSHÍ   VELIDVARÒ OCHALTI

SPERO, O SIGNORE, L’ANIMA MIA SPERA E TENDO ALLA SUA PAROLA

NAFSHÍ LA ADONAI MISHMERIM LABBOQER SHOMRIM LABBOQER

LA MIA ANIMA È PROTESA AD ADONAI COME LE SENTINELLE IN VISTA DELL’AURORA, LE SENTINELLE IN ATTESA DEL MATTINO

YACHIL ISRAEL EL ADONAI, KI IM ADONAI HACHESED VEARBÉ IMMÒ FEDUT

SPERI  ISRAELE NEL SIGNORE,  PERCHÉ PRESSO IL SIGNORE È  LA GRAZIA E IN LUI è  ABBONDANTE IL RISCATTO, EGLI  RISCATTERÀ  ISRAELE DA TUTTI I SUOI PECCATI. 

*

L’autore del salmo si rivolge al Signore Iddio dal profondo dell’animo, in umano e spirituale esistere. Ci sono, come di frequente, diverse interpretazioni e traduzioni. Nel Tikkun tehillim di Moisè Levi le profondità sono interpretate come abissi.  Forse abissi di smarrimento e sofferenza, nel lungo esilio di Israele. Certamente ci sono stati e ci sono pericoli ed abissi, ma vi colgo comunque

ndo del suo animo, in sensibile condizione umana: De profundis. Vibra il sentore di soggettività nel chiedere che la sua voce sia udita, che il divino orecchio colga la sua chiamata. Nafshì, l’anima del cantore, senza presumere, cerca una sorta di contatto diretto, come del resto hanno avuto, o avvertito, i profeti, con la comunicazione divina. Non è soltanto il devoto credente, che vive onestamente, esegue i prescritti rituali e recita la consueta preghiera. Egli anela al contatto con la divina sorgente, e ispira nel lettore lo stesso desiderio di personale relazione con il trascendente, Io – Tu, per dirla con Martin Buber. Il salmo parla di peccati, vorrei dire mancanze, errori, trasgressioni. Tende a scioglierne l’imbarazzo e il possibile senso di colpa nel generoso riscatto divino, se lo si cerca e lo si invoca, per migliorarsi.    Sa che è difficile essere senza peccati, sa di essere fallibile, ma ha fiducia nella divina facoltà e propensione a perdonarli, a scioglierli, a cambiare in meglio, a redimere, si intende se l’uomo sappia confessarsi, analizzarsi e correggersi.  Il Dio concepito da Israele è Norà che significa terribile nella maestà, ma ha più risorse   ed aspetti. Il salmo coglie in Dio Chesed e  Fedut.  Tra i significati di Chesed è benevolenza e grazia. Dante Lattes lo ha tradotto, in conclusione del salmo, Carità.  Moisè Levi ha tradotto Grazia: tenendo conto di immò, cioè con Lui, «con il Signore è la grazia». Ve arbé immò fedut: grande con Lui è la liberazione, la salvezza, l’essere salvifico.

*

Vi piacerà ora ascoltare il canto del salmo 128, uno dei salmi dei gradini, all’insegna della donna, moglie e madre, Eshtekhà (La tua donna è come una vite fruttifera), intonato dal mio carissimo nipote Michael Di Porto, figlio di Emanuele e Noemi, e fratello di Noa,

http://www.diporto.org/eshtekha.mp3

Bruno Di Porto

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