Le feste del mese di Tishrei

I Moadim

Rosh Hashanah, Kippur, Sukkot, Simchat Torah

Rosh Hashanah

Rosh Hashanah significa letteralmente “il capo dell’anno”. Tuttavia, l’associazione di questa locuzione con la festa celebrata all’inizio del mese ebraico di Tishrei risale ai tempi del Talmud. Nella Torah, la festa è chiamata sia Yom Teruah, “il giorno del soffio dello Shofar”, sia Yom HaZikkaron, “il giorno del ricordo”.

La connessione tra questo periodo dell’anno e un periodo di rinnovamento deriva probabilmente da Esodo 23:16, dove Sukkot, la festa del raccolto autunnale, viene identificata con “la fine dell’anno”, intendendo molto probabilmente il completamento del ciclo agricolo.  Ma l’estro creativo dei maestri del Talmud conferì a Rosh Hashanah  – come anno nuovo – il significato molto più profondo di giorno del giudizio, nel contesto di un processo chiamato Teshuvah.  Letteralmente la parola Teshuvah significa “ritorno”, ma porta con sé altri significati, come pentimento, rinnovamento e, come alcuni rabbini e studiosi del XX secolo hanno suggerito, una sorta di ricostruzione del sé, in dialogo con Dio.

Abbiamo due interpretazioni rabbiniche su ciò che accadde effettivamente il primo di Tishrei. Una di queste dice che in quel giorno Dio iniziò a creare il cielo e la terra. Parte della liturgia riflette questa tradizione. L’altra attribuisce la data della creazione al 25 di Elul, il mese precedente. Secondo questa interpretazione, il primo di Tishrei (che cade sei giorni dopo il 25 di Elul), indicherebbe la data della creazione di Adamo, il primo essere umano. Questo orientamento pone la vita di un essere umano come equivalente a quella del mondo intero e sottolinea anche la natura universale di Rosh Hashanah. La tradizione sostiene che in questo giorno sono giudicati tutti, e non solo il popolo ebraico.

Ma per molti ebrei Rosh Hashanah non è tanto un fatto teologico, quanto un’occasione sociale e familiare. Vestite di abiti nuovi, la prima sera della festività le famiglie si riuniscono per un pasto che include molti dolci, come le mele intrise nel miele, esprimendo così l’augurio di un buon anno, dolce e nuovo. Molti ebrei che generalmente non frequentano la sinagoga cercano di non mancare a Rosh Hashanah e a Yom Kippur, festività conosciute come i Moadim, o in ebraico Yamim Nora’im, che significa letteralmente “giorni di timore reverenziale”. 

In sinagoga, la mattina di Rosh Hashanah il servizio culmina con il suono del corno d’ariete (lo Shofar, N.d.T.). Tradizionalmente, ciò ha alcuni significati simbolici. Uno di questi sottolinea l’incoronazione annuale di “nostro Dio, nostro Re”; un altro significato esprime per la congregazione una sorta di “sveglia” a pentirsi. 

Uno dei temi liturgici importanti di questo giorno è Akedat Yitzchak, la legatura di Isacco, narrata in Genesi 22, una delle letture obbligatorie per il servizio della festività. All’ultimo momento (versetto 13) al sacrificio umano fu sostituito un ariete. Ed è questa l’origine del corno d’ariete come simbolo di Rosh Hashanah, nel giorno in cui si suppone che il sacrificio si sarebbe dovuto consumare. Poiché per la festività un’altra lettura è Genesi 21, dove si narra la cacciata di Hagar e Ismaele, alcuni studiosi contemporanei suggeriscono che uno dei temi principali per la cheshbon nefesh ebraica – introspezione, ricerca dell’anima, valutazione delle proprie azioni – dovrebbe riguardare la relazione tra i figli di Isacco e i figli di Ismaele. 

A Rosh Hashana il saluto appropriato è Shana Tova, che augura un buon anno.

Yom Kippur

I primi dieci giorni di Tishrei, che iniziano con Rosh Hashanah e culminano con Yom Kippur, sono noti come Aseret Y’mei Teshuva, i dieci giorni di Teshuva. Se i primi due giorni di Tishrei (Rosh Hashanah) sono quelli del giudizio, a sottolineare l’attributo di giustizia di Dio, il decimo, il giorno dell’Espiazione, segna la misericordia di Dio. Il giorno di Yom Kippur è considerato il più sacro dell’anno ebraico. In Israele si ferma quasi tutto. In questo giorno finanche gli ebrei israeliani secolarizzati generalmente si astengono dal guidare, e le stazioni radio e le emittenti televisive di stato non trasmettono per circa 30 ore. Dal 1973 Yom Kippur ha come ulteriore significato la commemorazione per i soldati caduti in quella guerra traumatica che ebbe inizio proprio nel giorno della festività.

Il digiuno di venticinque ore è preceduto da una festa, la Seudah Mafseket, che si svolge a cominciare dal pomeriggio della vigilia di Yom Kippur. Con il digiuno si applicano i divieti del sabato e altri cinque aggiuntivi: mangiare o bere, fare il bagno, applicare oli profumati, indossare scarpe di cuoio e avere rapporti sessuali. Ci sono almeno quattro interpretazioni sul significato di queste proibizioni, chiamate nel linguaggio biblico “affliggere l’anima” (Levitico 23:27). Una di queste dice che non impegnandoci in queste normali attività quotidiane, possiamo concentrarci meglio sulla Teshuva e sulle preghiere. Una seconda, basata su una delle letture bibliche del giorno (Isaia 57:14 – 58:14), interpreta il digiuno come un giorno di immedesimazione con i poveri e gli affamati e come un momento di esplorazione delle nostre responsabilità verso coloro che sono meno fortunati di noi. I mistici dicono che distogliendoci dal lavoro e dai consueti impegni quotidiani diventiamo come angeli. Ma la quarta interpretazione, molto diversa da quella dei mistici, sostiene che proprio negandoci queste azioni “terrene” ci confrontiamo realmente con la nostra umanità. Infatti, Yom Kippur è considerato un giorno in cui fare i conti con la nostra mortalità. E non a caso molte persone hanno l’abitudine di vestirsi di semplici abiti bianchi, che rimandano ai sudari in cui saranno avvolti prima della sepoltura. In questo giorno si recita anche una confessione comunitaria, come se i fedeli si preparassero alla loro fine.

La sera di Yom Kippur è conosciuta come la notte del Kol Nidre, in riconoscimento del canto della celebre preghiera con cui si inaugura la festa. Tecnicamente, Kol Nidre non è neppure una preghiera, piuttosto una formula legale che ci assolve dai voti che abbiamo fatto nell’anno precedente, e che non siamo stati in grado di mantenere e da quelli in cui ci impegneremo per il futuro. L’importanza del Kol Nidre (letteralmente “tutti i voti”) sembra risiedere non tanto nelle parole del testo, quanto nell’ammaliante melodia con le quali esse sono tradizionalmente cantate.

Molti ebrei anche non osservanti a Yom Kippur trascorrono la maggior parte della giornata in sinagoga. In un normale giorno feriale ci sono tre servizi: sera, mattina e pomeriggio; durante il capo mese, di sabato e nelle feste, ce ne sono quattro. Ma a Yom Kippur, nel corso della serata e del giorno successivo, i servizi sono cinque. La liturgia del mattino include una sezione che ricorda il rituale del Sommo Sacerdote nel periodo del Tempio. Durante il servizio pomeridiano, uno dei punti salienti è la lettura del libro di Giona, che descrive il processo di Teshuva del popolo di Ninive, a sottolineare la natura universale di questo concetto.

L’intensità della preghiera accresce fino all’ultimo momento della giornata, quando viene suonato il colpo finale dello Shofar e la congregazione grida: “L’anno prossimo a Gerusalemme!”. In alcune comunità questa è l’occasione per danze scatenate, anche se a stomaco (molto) vuoto. I membri della congregazione tornano a casa per un pasto abbondante e poi cominciano (o, se hanno già iniziato, continuano) a costruire e decorare la Sukkah in cui “dimoreranno” per sette giorni nel corso della successiva festa di Tishrei: Sukkot.

Per Yom Kippur il saluto è un po’ complicato. Sebbene non sarebbe inappropriato dire Shana Tova o Chag Sameach, ce n’è uno specifico per questo giorno: G’mar Chattima Tova. Questo saluto deriva da un’antica leggenda nella quale si narra che durante i Moadim l’Onnipotente siede in cielo, con tre libri innanzi a Lui. Gli interamente giusti sono iscritti subito nel libro della vita, mentre i completamente malvagi lo sono nel libro della morte e della distruzione. La maggior parte delle persone si trova tra questi due estremi. Il libro del proprio destino è scritto a Rosh Hashanah, ma fino a Yom Kippur non viene sigillato. Il destino di ciascuno sarà infine determinato dalle azioni compiute nel corso di questi dieci giorni. Se si intraprende il cammino della Teshuva, con la preghiera e la carità, un decreto negativo potrà essere ribaltato. Pertanto, quando si saluta una persona dicendo G’mar Chattima Tova, le si augura di essere iscritta e sigillata per una buona vita. 

Sukkot

Fin dai tempi antichi Sukkot è stata la più gioiosa di tutte le feste ebraiche. Comincia il quindicesimo giorno del settimo mese; la prima notte è generalmente la prima di luna piena e coincide o è immediatamente successiva all’equinozio autunnale. Il primo motivo di gioia è il raccolto autunnale, ma su questo basamento sono stati aggiunti altri strati di significato.

Sukkot è un periodo ricco di simboli. Forse il più ovvio è la Sukkah, la capanna nella quale gli antichi ebrei furono comandati di “dimorare” per sette giorni. Il testo biblico (di nuovo, il Levitico 23, versetti 42-43) afferma che la ragione di questa pratica è questa: “cosicché le vostre generazioni sappiano che quando li ho fatti uscire dalla terra d’Egitto io ho fatto dimorare i figli d’Israele in capanne”. Ancora una volta si vede come l’Esodo dall’Egitto sia l’evento centrale, che definisce la storia del popolo di Israele.

I rabbini del Talmud discutono se si tratti di vere e proprie capanne o di un simbolo delle Colonne di Nuvola e Fuoco con le quali il Signore ci ha guidato durante il nostro pellegrinaggio nel deserto. La Sukkah è simbolo della Divina Provvidenza. Paradossalmente, forse, simboleggia anche la fragilità dell’esistenza umana. Durante il raccolto – che è il momento in cui il contadino è incline ad essere più sanguigno e vanaglorioso – ci viene comandato di lasciare le nostre stabili e robuste case e di trasferirci in abitazioni temporanee, al fine di mantenerci consapevoli della generosità di Dio e del dono della vita. Alcune persone dormono effettivamente nella Sukkah; altre vi consumano semplicemente i loro pasti.

La seconda serie di simboli collegati a Sukkot è l’Arba Minim, “le Quattro Specie” comandate in Levitico 23:40 e che sono il ramo di palma, il cedro, il mirto e il salice. Per ognuno dei sette giorni (eccetto Shabbat), come parte della preghiera del mattino si prendono in mano queste quattro specie, agitandole nelle sei direzioni di est, sud, ovest e nord, su e giù, sempre a indicare la Benevolenza di Dio su tutta la nostra esistenza. Sono state date molte spiegazioni al simbolismo delle Quattro Specie. Una delle più note paragona ognuna di esse a un tipo diverso di persona. Il cedro, che ha sapore e profumo, rappresenta le persone istruite che compiono buone azioni. Il ramo di palma, che ha sapore ma nessuna fragranza, è paragonato ad una persona istruita che non compie buone azioni. Il mirto, che ha fragranza ma nessun sapore, è associato a una persona senza istruzione che compie buone azioni. E il salice, che non ha nessuno dei due, rappresenta le persone che non hanno istruzione e non compiono buone azioni. Ma è solo prendendo le quattro specie tutte insieme che si crea una vera comunità. 

Nelle sinagoghe, nel corso dei sette giorni (tranne di Shabbat) ogni mattina i membri della congregazione vanno in processione intorno alla sinagoga, portando il loro lulav (il mazzetto delle quattro specie) e cantando. Queste processioni prendono il nome dalle preghiere che vengono cantate per accompagnarle: hoshanot. Il vero significato di Hoshana è “O Signore, ti supplichiamo di salvarci”. Il settimo giorno è chiamato Hoshana Rabba (“il grande osanna”). In questo giorno, la congregazione sfila intorno alla sinagoga per sette volte. La tradizione rabbinica dice che sebbene, come già detto, il destino di ciascuno di noi è firmato e sigillato a Yom Kippur, fino a Hoshana Rabba il libro non è viene messo via, concedendoci la possibilità di continuare un po’ più a lungo il processo di Teshuva ed espiazione.

Forse paradossalmente, il testo biblico associato a Sukkot è l’Ecclesiaste. Così, nella festa più gioiosa dell’anno, la comunità legge un’opera un po’ cupa e persino, a volte, sardonica. Uno dei motivi per cui leggiamo questo libro può essere quello di raggiungere un certo senso di equilibrio. Ciò è accennato nel terzo capitolo dell’Ecclesiaste, che comincia così: “Tutto ha il suo momento e ogni cosa ha la sua ora sotto il sole. Tempo di nascere e tempo di morire; (…) tempo di piangere e tempo di ridere, tempo di far lutto e tempo di ballare; (…) tempo di amare e tempo di odiare, tempo di guerra e tempo di pace”. Ci potrebbe essere una connessione tra questo tema dell’equilibrio e il fatto che a Sukkot giorno e notte hanno la stessa durata. Potrebbe anche esserci un collegamento con il segno zodiacale del mese di Tishrei, la Bilancia. Ma il nesso principale con la Bilancia potrebbe riguardare la pesatura e il bilanciamento da parte di Dio delle nostre azioni buone e cattive, nel processo di Teshuva e di espiazione.

Shemini Atzeret/Simchat Torah

Nella Torah si legge: “nel giorno ottavo sarà per voi sacra convocazione…”. Non viene dato un significato speciale a questo giorno, se non un modo festoso di concludere la festività di Sukkot. Come elaborato nell’Halacha (la legge religiosa ebraica), per certi versi Shemini Atzeret era semplicemente la fine di Sukkot, d’altra parte era anche considerata una festa a sé. In sinagoga il servizio includeva una preghiera per la pioggia. Nei sette giorni di Sukkot venivano offerti settanta tori sacrificali, per il benessere delle settanta nazioni del mondo; a Shemini Atzeret, veniva offerto un solo sacrificio, per il benessere del popolo ebraico. (In qualche misura ciò può essere visto come un altro esempio relativo al tema dell’equilibrio – in tal caso, tra l’universale e il particolare). Ma comunque, potremmo chiederci ancora una volta quale sia la natura di questa festività.

Quando si celebrava la festività di Sukkot per un solo giorno, la combinazione di preghiera per la pioggia e di conclusione del periodo di festa poteva senz’altro essere sufficiente. Ma con l’esilio in Babilonia, gli ebrei della diaspora iniziarono a celebrare la maggior parte delle festività per un giorno in più (ma ciò non fu mai il caso per Yom Kippur, che – fortunatamente – rimase un giorno di digiuno in tutto il mondo). Il motivo del giorno in più dipendeva dal calendario, che si determinava con l’avvistamento della Luna Nuova da parte delle autorità di Gerusalemme. La santità del tempo dipendeva dalla santità del luogo. Il tribunale rabbinico di Gerusalemme inviava poi dei messaggeri alle comunità della diaspora, per informarle della determinazione del nuovo mese. Poiché a volte ci volevano giorni per arrivare a destinazione, si decise che la comunità ebraica locale avrebbe aggiunto un giorno in più alla festività, per fugare ogni eventuale dubbio su quale fosse l’ora effettiva.

Oggi che i calendari sono determinati scientificamente non c’è più bisogno di affidarsi ai messaggeri. Per questo motivo molti movimenti ebraici liberali hanno rinunciato al secondo giorno di festa nella diaspora. 

Se ripensiamo ai tempi di Babilonia, la comunità avrebbe dovuto aggiungere un secondo giorno a Shemini Atzeret, ma ciò non avrebbe avuto molto significato. Ma nello stesso periodo in sinagoga si stava affermando un’altra consuetudine. Inizialmente, i cinque libri della Torah – Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio – venivano letti in sinagoga in un ciclo triennale (ai nostri giorni alcune sinagoghe liberali sono tornate a questa consuetudine). In seguito, i rabbini dichiararono che l’intera Torah sarebbe stata letta in un ciclo annuale, con una precisa porzione da leggere ogni settimana. Ciò prese il nome di Parshat Hashavua, la porzione della settimana. Nella diaspora, il secondo giorno di Shemini Atzeret divenne noto come Simchat Torah, la “gioia della Torah”. Era il giorno in cui nella sinagoga si leggeva l’ultimo capitolo del Deuteronomio. Ma subito dopo, al fine di mantenere la continuità della Torah, veniva letto il primo capitolo della Genesi. Così non c’era tempo che trascorresse senza la Torah.

Così, il viaggio spirituale cominciato in Elul proseguiva con la Teshuva (ritorno, pentimento, rinnovamento), con il giudizio e la misericordia di Dio, con la gioia di Sukkot, culminando infine nella celebrazione dell’impegno senza fine dell’ebreo verso la Torah.

(Traduzione dall’inglese di Nunzia Leah Bonifati)  

Questo articolo è stato scritto dal Rossing Center for Education and Dialogue in Israel, un’organizzazione interreligiosa con sede a Gerusalemme, che tramite l’educazione, l’incontro, la ricerca e la consulenza, promuove in Terra Santa le buone relazioni tra ebrei, cristiani e musulmani. BHR ringrazia per aver avuto il permesso di tradurre l’articolo. Clicca qui per l’articolo originale in lingua inglese “Tishrei Holiday”  

1 Comment

  • Posted 18 August 2021 20:03
    by
    Amos

    Grazie. Molto interessante

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