Commento al salmo 122

Canto dei gradini di Davide

di Bruno Di Porto

Salmo 122

ֹשִיר הַמַּעֲלוֹת לְדָוִד שָֹמַחְתִי בְּאֹ מְרִים לִי בֵּית יְהוֹה נֵלֵךְ
עֹמְדוֹת הָיוּ רַגְלינוּ בִֹּשְעָרַיִךְ יְרוֹּשָלָים
יְרוֹּשָלַים הַבְּנוּיָה כְּעִיר שֶחֻבְּרָה לָה יַחְדָו
ֹשֶֹשָם עָלוּ שְבָטִים שִבְטֵי יָה עֵדוּת לְיִשְֹרָאֵל לְהוֹדוֹת לְֹשֵם
יְהוָֹה
כִּי שָמָּה יָֹשבוּ כִסְאוֹת לְמִֹשְפָּט כִּסְאוֹת לְבֵית דָוִד

ֹשָאֲלוּ שְלוֹם יְרוֹּשָלָים יִֹשְלָיוּ אֹהֲבָ יךְ
יְהִי שָלוֹם בְּחֵילֵךְ שַלְוָה בְּאַרְמְנוֹתָיִךְ
לְמַעַן אַחַי וְרֵעָי אֲדַבְּרָה נָּא שָלוֹם בָּךְ
לְמַעַן בֵּית יְהוֹה אְֶלֹהֵינוּ אֲבַקְֹשָה טוֹב לָךְ

Ecco la traslitterazione: ch sta per la lettera CHET, H fortemente aspirata,
e la traduzione, versetto per versetto.

versetto 1

SHIR HAMMAALOT LE DAVID. SAMACHTI BEOMRIM LI BEIT ADONAI NELEKH

Canto dei Gradini di Davide. Provo gioia quando mi si dice Andiamo alla casa del Signore

versetto 2

OMDOT HAYÚ RAGLENU BISHEARAKH YERUSHALAIM

Stanno i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme

versetto 3

YERUSHALAIM HABENUYA’ KEIR SHECHUBRA’ LA YACHDAV

Gerusalemme costruita quale città tutta unita (raccolta).

Una intensa interpretazione trascendente di she chubbrà  le dà il significato di come città a te congiunta, intendendo, come tale, la Gerusalemme celeste, connessa, in distanza, alla Gerusalemme terrestre. Riprenderò tra poco l’argomento.

versetto 4

SHE SHAM ALÚ SHEVATIM SHIVTÉ YA’H EDUT LEISRAEL LEHODOT LE SHEM ADONAI

Vi salgono le tribù, tribù del Signore, testimonianza di Israele, grata al Nome del Signore

versetto 5

KI SHAMMA YASHVÚ  KISEOT LEMISHPAT KISEOT LE BEIT DAVID

Infatti vi si trovano i seggi per il giudizio, i seggi per la casa di Davide

versetto 6

SHAALÚ  SHALOM YERUSHALAIM ISHLAYÚ OHAVAKH

Pregate per la pace di Gerusalemme, godano di bene e salvezza coloro che ti amano

versetto 7

YEHÌ SHALOM BE CHEILLEKH SHALVA’ BEARMENOTAKH

Possa esservi pace dentro le tue mura, serenità nei tuoi palazzi

versetto 8

LEMAAN ACHAI VEREAI EDABBERA – NNA’ SHALOM BAKH

Per il bene dei miei fratelli e dei miei vicini, pregherò che tu abbia pace

versetto 9

LEMAAN BEIT ADONAI ELOHENU EVAKSHA’ TOV LAKH

A favore della casa di Adonai, nostro Dio, invocherò (ogni) bene in Te

***

La particolare traduzione e interpretazione rabbinica del versetto 3, dove è detto  ”ke ir she chubr  la yachdav” , sopra reso come città che è unita o raccolta in sé,  nel trattato talmudico Ta’anit, dove la locuzione è intesa come città ad essa congiunta o collegata, espressa dal verbo CHAVAR, radice di CHAVER (compagno, amico, socio), quindi diversa ma complementare, legata alla Gerusalemme terrena quale modello celeste, trascendente, o archetipo (Demut). Ne discussero rabbini di Babilonia e di Erez Israel, Nachman, Yitzchaq, Yochanan, citando appunto il salmo 132 come indizio della trascendente duplicazione:  «Esiste forse una Gerusalemme celeste? Sì esiste, come è scritto Gerusalemme tutta connessa in sé, che va invece intesa come la città che è connessa cioè  congiunta ad essa da lontano, (Salmo 122, v. 3). Dal versetto appunto si deduce che esiste una citt  corrispondente alla Gerusalemme terrestre, e dove sarebbe se non in cielo?».

La teoria degli archetipi o corrispondenti e modelli celesti di quanto sta sulla terra si riscontra nella cultura e sapienza ebraica, direi postbiblica, anche o specialmente per contatto ed influenza della filosofia greca platonica. Si veda, al riguardo, il libro di Gershom Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Il Saggiatore.

Il conforto dato dalla teoria dei corrispondenti modelli celesti delle cose del mondo, ora che il Tempio era stato distrutto e Gerusalemme era stata invasa, distrutta, tolta al popolo ebraico, stava nel credere che ne sopravviveva il modello celeste, trascendente, dal quale, con il divino soccorso, si sarebbero un giorno ricostruiti Gerusalemme ed il Tempio. Ecco l’importanza del credere che alla Gerusalemme terrena si congiungeva una corrispondente altra Gerusalemme, ora di modello e di incentivo alla sua ricostruzione. Dal libro del profeta Osea (capitolo 11, versetto 9) viene in aiuto di speranza a rabbi Itzchaq, in sottile interpretazione, il punto in cui il Signore dice «non verrò nella città»  (Lo avò be ir), spiegato nel senso di «non entrerò nella Gerusalemme celeste finché non entrerò nella Gerusalemmme terrena» Taanit, cap. I , 5 , 6): ossia che il Signore ha vicina, in consolazione, la Gerusalemme celeste, ma non vi vuole entrare prima di scendere a ricostruire, come ha in programma, la Gerusalemme terrena con il suo Tempio. – Che dire? Francamente mi soddisfa di più l’interpretazione semplice del versetto 3 del salmo 122 come città in sé tutta unita, ma rilevo la grande, profonda, tensione ideale della sapienza ebraica verso il ritorno in Gerusalemme quale popolo libero nella sua antica e ritrovata terra. E’ una luce che si accende nella sottigliezza talmudica. Giampaolo Anderlini dice nel libro che ho citato: «A tenere viva l’attesa e la speranza, sta in alto la Gerusalemme nei cieli, che non è specchio della Gerusalemme in basso sulla terra, ma è il paradigma fisso ed inalterabile posto, là dove giunge lo sguardo penetrante della fede, ad indicare la possibilità effettiva che la Gerusalemme in basso sia riedificata in modo strettamente unito alla Gerusalemme in alto». Anderlini parla di consolazione e speranza:  «Speranza perché  la Gerusalemme in alto, verso cui la Shekinà  anela e tende,  è segno e promessa della redenzione che non tarderà  a venire e che si realizzerà, presto e ai nostri giorni, trasformando e trasfigurando in modo definitivo ciò che è in basso».

Assai notevole è il fatto che Israele, tornato, dopo l’inenarrabile strazio della Shoah, in Gerusalemme, non osa ricostruire il Tempio, continuando a pregare sulle rovine di quello antico, cantato nei salmi dei gradini, nell’attesa dei giorni messianici. In ogni sinagoga, che del resto chiamiamo tempio, e in ogni casa sentitamente ebraica, in ogni anima vibrano il riflesso, la testimonianza, la preghiera, il pathos espressi nel bellissimo salmo 122.

Si proseguirà nelle prossime settimane con gli altri salmi dei gradini.

Bruno Di Porto

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