Lo scudo di Davide

La nostra associata Giada Biondini si è recentemente recata ad Auschwitz-Birkenau e ci ha inviato le sue riflessioni, che pubblichiamo così come ricevute.

Sono in viaggio con altri ragazzi per la gelida Polonia, verso ciò che rimane dell’inferno nel cuore dell’Europa; oggi più che mai il mio pensiero è per le vittime uccise dal mostro del nazifascismo. Quei sei milioni bruciano ancora nella nostra memoria ed urlano di non essere dimenticati. Manca poco… Auschwitz Birkenau.

L’autobus attraversa un bosco fitto e silenzioso,  immagino tutte quelle donne, uomini, bambini ed anziani, prelevati dalle loro case, picchiati, insultati e caricati su carri bestiame verso una meta sconosciuta. Il loro crimine, secondo le leggi dell’epoca, era quello di essere ebrei.

L’antisemitismo aveva radici lontane, poco prima delle deportazioni verso i campi di concentramento, gli ebrei subirono violenze e maltrattamenti ovunque: per le strade, sul posto di lavoro, vennero pian piano esclusi dalla società e privati della propria dignità di nuovo. “Di nuovo” perché ciò che è accaduto nella seconda guerra mondiale non è stato altro che una ripetizione rivisitata ed industrializzata di ciò che è accaduto nelle epoche passate.

La tentata eliminazione del popolo ebraico non ha avuto luogo solo con le camere a gas ed i forni crematori, ma attraverso un vero e proprio processo di distruzione passo dopo passo. Chi riusciva a sopravvivere al duro viaggio, arrivato al campo di concentramento, psicologicamente, era già sfinito, demoralizzato, spaventato; i bambini, gli anziani e chi non era in grado di lavorare veniva eliminato immediatamente nelle camere a gas,  gli altri  erano ridotti in schiavitù. Erano anime vaganti che lavoravano senza sosta, subendo violenze di ogni tipo fino ad arrivare all’ultima fase: l’eliminazione fisica, definitiva, con le camere a gas ed i forni crematori. Cosa ha ucciso veramente questi innocenti?

L’indifferenza, la superficialità, l’intolleranza e ovviamente l’odio.

Arrivata all’ entrata del campo appare folle quella scritta in tedesco  “Arbeit macht frei”, ossia “il lavoro rende liberi”, liberi da cosa? Qual’era il nesso con un campo di prigionia che puntava all’eliminazione?! Nessuno. Nessun motivo comprensibile.

Varcato quel cancello nulla ha più colore, ho dimenticato di parlare, neanche un filo di fiato. Tutto ciò che ho visto è aberrante.  Ogni passo è un dolore nell’anima, nel cuore, si diventa un tutt’uno con il gelo che ti circonda, che ti avvolge fino a farti male. Non parli, non senti nulla…Tutto muto, tutto grigio.

Effetti personali dietro enormi vetrate, raccontano silenziosamente una libertà violata, una violenza disumana che non ha avuto pietà neanche dei bambini.

Sta piovendo, c’è vento, apro l’ombrello e noto le mie scarpe piene di fango; penso di nuovo  a loro che indossavano quella “divisa” a righe, al freddo, estremamente magri ed indifesi che lottavano contro la morte.

Mi sento quasi in colpa a camminare con le scarpe su questo terreno, dove milioni di persone sono state rese polvere e sparse come concime.

Ho portato con me la bandiera di Israele, compagna di mille avventure; nel grigiume di questa giornata è l’unica cosa ad avere colore.

La tengo sulle spalle per darmi forza, quasi potesse sostenermi per proseguire, quasi potesse farmi sentire meno freddo, quasi potesse proteggermi come fosse il mio scudo.

Non un’espressione sul mio viso, provo solo dolore e rabbia nello stesso momento.

Se fossi nata in quegli anni questa stella sarebbe stata la mia condanna e chiunque avesse avuto questo simbolo addosso, sarebbe entrato  nel campo a testa bassa; ora questa stella di Davide, “Maghen David” che significa letteralmente “Scudo di Davide” è la forza di tutti gli ebrei del mondo, oggi è il simbolo della bandiera dello Stato di Israele che abbraccia per le spalle il suo popolo dai quattro angoli del mondo, guardando a testa alta, con sguardo vigile, quello che non dovrá accadere mai piú. Ora gli ebrei non sono più soli.

Sono di nuovo sull’autobus, nel viaggio di ritorno; dopo aver visto un campo di concentramento non credo si torni più gli stessi. È un luogo che non rappresenta solo il passato, perché “Auschwitz è intorno a noi” come diceva Primo Levi.

Ogni giorno ognuno dovrebbe impegnarsi ad impedire che “Auschwitz torni”.

 “Non spetta a te portare a termine il lavoro, ma non sei nemmeno libero di sottrartene” (Rabbi Tarfon, Pirkei Avot 2,16);  questa massima mi ha molto colpita soprattutto dopo questa esperienza.

Al campo ho provato: tristezza, dolore, angoscia ed anche paura ma poi è subentrata la rabbia; questa rabbia sarà la mia forza per fare ancora di più per gli ebrei, per combattere l’antisemitismo, faró la mia parte, lo devo a quei 6 milioni, a me e a tutti coloro che verranno.

Allego video: https://youtu.be/B0u00V1-kEk

Giada Biondini

 

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